Sull’importanza dello stile

In uno Zeitgeist dove la scrittura è un possibile orpello a disposizione di svariate tipologie di narcisismo, le lapidarie osservazioni di Schopenhauer fanno riflettere, ancora attualissime e utili a scrittori, letterati e giornalisti. E ai lettori. I tre brevi trattati che figurano in questo volume – Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, Del leggere e dei libri, Della lingua e delle parole – sono apparsi per la prima volta nei Parerga e paralipomena nel 1851. Con la sua vis polemica e una esemplare chiarezza di stile – si sentì sempre scrittore oltre che pensatore – il filosofo descrive il degrado della scrittura e dell’uso della lingua. E propone suggerimenti per evitare vizi ormai cronicizzati fino a oggi.

Il primo dei quali, e forse la causa di tutti gli altri, consiste nel separare la scrittura dal pensiero, da una qualche necessità scaturita da esso. «Si può dire, ancora, che vi siano tre tipi di autori: in primo luogo, coloro che scrivono senza pensare. (…) Questa classe di scrittori è la più numerosa. – In secondo luogo, vi sono scrittori che, mentre scrivono, pensano. Essi pensano al fine di scrivere. (…) In terzo luogo, vi sono scrittori che hanno pensato prima di accingersi a scrivere. Scrivono soltanto perché hanno pensato. Sono rari».

Schopenhauer sottolinea l’importanza dello stile, dato che «rivela il carattere formale di tutti i pensieri di un uomo». E invita a guardarsi dagli scrittori mediocri, che tendono a mascherare il loro stile, rinunciando così a ogni ingenuità; qualità questa che «rimane il privilegio degli spiriti superiori, dotati di sentimento di sé e quindi operanti con sicurezza».

Consiglia diffidenza verso le cose nuove, perché spesso sono peggiori delle cose scritte da più tempo. Inattaccabile la motivazione. «La condizione per leggere le cose buone è di non leggere roba cattiva: poiché la vita è breve, il tempo e la forza sono limitati».

Non mancano le bordate critiche verso coloro che si affannano a comprare i libri. «Sarebbe bene comprar libri, se insieme si potesse comprare il tempo per leggerli, ma di solito si scambia l’acquisto di libri per l’acquisizione del loro contenuto». Ma la critica non risparmia nemmeno coloro che si compiacciono di leggere molto, quelli che il marketing definisce i ‘lettori forti’. E’ in fondo una forma di pigrizia, dice Schopenhauer, in quanto «quando leggiamo, vi è un altro che pensa per noi: noi ripetiamo soltanto il suo processo mentale», e poi c’è il rischio di «sovraccaricare e soffocare lo spirito con un nutrimento mentale eccessivo». Tuttavia, «ogni e qualsiasi libro importante deve essere letto subito due volte». 

da Sul mestiere dello scrittore e sullo stile (Adelphi)
«E’ assolutamente sbagliato voler trasferire anche in letteratura la tolleranza che per forza si deve usare verso le persone ottuse e senza cervello in società, dove simili tipi brulicano. Nella letteratura costoro sono, infatti, intrusi sfacciati e qui disprezzare le cose cattive è un dovere verso quelle buone: per colui per il quale nulla è cattivo, nulla parimenti è buono.»