American Ground

Last Updated on 15 Ottobre 2003 by CB

Dentro, sopra, attorno, si muovono vigili del fuoco, poliziotti, ingegneri edili, operai, parenti delle vittime alla ricerca dei corpi, troupe televisive, curiosi. Ovunque, il pathos debordante dolore e incredulità.E’ in questa materia incandescente che si muove William Langewiesche, unico giornalista ammesso sul luogo della tragedia. Il suo obiettivo è raccontare la rimozione delle macerie, un lavoro durato sei mesi che ha richiesto inaspettate doti di inventiva e coraggio. Lo fa da un punto di vista privilegiato, all’interno di quel caos di rovine e emozioni che i media hanno potuto raccontare solo da una certa distanza.

Il primo pezzo, “Un mondo infero”, si sofferma su dettagli netti: ” le scavatrici diesel che affondano nel groviglio d’accaio come “una danza di dinosauri”; o, dopo il crollo, i fogli di migliaia di pratiche che “avevano volteggiato dolcemente sulla città, quasi a voler irridere i morti”. Langewiesche descrive la pericolosa spedizione al centro delle macerie per cercare il freon, un gas che si trovava nell’impianto di condizionamento; o ancora, si sofferma sulle tracce rimaste, come in una nuova Pompei, sotto la polvere sprigionata in quella mattina, come i resti di una colazione in una saletta della vicina Deutsche Bank.

Ma è nella terza parte che si sviluppa la parte più sorpendente, l’analisi delle complesse dinamiche sociali all’interno del cantiere, dove si muovono le “tribù” antagoniste dei pompieri e dei poliziotti e degli ingegneri. Per quanto possa sembrare strano, ognuno sentiva la tragedia come “propria”, e le vittime erano trattate in modo diverso a seconda delle “tribù di appartenenza”. Si parla dei saccheggi avvenuti nel cantiere, delle liti, dei malumori, dei protagonismi.

Comprensibilmente, il libro negli Stati Uniti ha sollevato molte polemiche. Il suo approccio analitico e anti-eroico ha infastidito in primis gli “eroi” riconosciuti del dopo 11 settembre, i vigili del fuoco.

Ma, a prescindere dalla inevitabile parzialità del racconto, è indubbio che ci faccia conoscere aspetti inediti del dopo 11 settembre. Merito del distacco, tutt’altro che freddo, di Langewiersche. Del modo di far ‘parlare’ le cose, per cui il Cumulo, dopo le prime pagine, travalica con scioltezza la cronaca per diventare un luogo letterario, un emblema nichilista. Un incubo da rimuovere.
(Cristina Bolzani)

da American Ground, Adelphi, Milano 2003
«E poi, ovviamente, c’era il Cumulo. Durante i crolli lì s’era concentrata un’energia terribile, feroce, e adesso, nel corso dei lavori di rimozione, era di nuovo al centro della scena. Quel cumulo di macerie era qualcosa di estremo già di per sé. Non erano soltanto le rovine di sette grandi edifici, ma una desolazione di acciaio contorto, smisurata, inconcepibile, con pendii montagnosi che esalavano fumo e fiamme, dove si aggiravano dinosauri a diesel. Ed era cosparso di resti umani. Il Cumulo palpitava, gemeva, si modificava in continuazione, e in qualsiasi momento poteva uccidere ancora. Gli uomini non cercavano semplicemente di sgombrarlo, ma ci tornavano giorno e notte per avventarcisi contro. Il Cumulo era il nemico, l’obiettivo, l’ossessione, il terreno conquistato a palmo a palmo». (p. 94)

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