Queste voci che mi assediano

Last Updated on 9 Marzo 2004 by CB

Sembra un caso, che il nuovo libro di Assia Djebar, voce tra le più alte e forti della letteratura algerina contemporanea, esca in libreria il giorno dopo la Festa della donna. Ma forse non lo è del tutto. Perché la voce, anzi le voci, che la Djebar esprime, e da cui si sente assediata, di tutto sembrano aver bisogno fuorché di feste, di fiori e di celebrazioni.E invece quasi simbolicamente gli scritti, i pensieri, le poesie, le note autobiografiche sulle voci (insieme molteplici e corali) delle donne arrivano il giorno dopo, quando occorre una riflessione profonda sul quotidiano e sulla continuità. Il quotidiano è quello che si protrae nel silenzio da molti secoli e che si è iscritto nel genere femminile come fosse un mondo a sé, inaccessibile e impenetrabile nella sua essenza; la continuità è quella della storia che ha condannato le donne al silenzio, o al denso mormorio della conversazione, o ai gridi di dolore per i lutti e le violenze. Cris vaine (grido vano), quasi un criptogramma che emerge dalla parola francese ecrivain, scrittore, di cui ad Assia Djebar «piace l’eco, solo e soltanto l’eco: ecri-vai-ai-ne! Quasi un SOS!» Ma a questa eco lei si è legata con un filo indissolubile per ascoltare le voci inascoltate di centinaia di donne, campione di un’intera umanità, per dare corpo ai loro suoni attraverso la scrittura e insieme per dare alla propria vita un senso liberatorio, per sé e per tutte le donne che ha ascoltato, conosciuto e immaginato.

Queste voci che mi assediano è un’antologia di saggi, di relazioni e di lezioni tenute nelle università di più continenti, in cui ciò che colpisce è l’abilità di tessere e intrecciare i diversi fili come fossero le trame e i disegni di un tappeto o di un arazzo: nella lettura, per avere una visione completa, non si può saltare nulla, e nessun concetto, nel ritorno di motivi e temi, è ripetitivo. Non occorre aver letto altro di lei, si può benissimo partire da qui – dalla scrittura sulla sua scrittura – per scoprire il mondo (i mondi) che lei racconta e che si nasconde dietro i milioni di veli, i silenzi, gli occhi, il linguaggio segreto e criptato del mondo femminile.

Il mondo da cui proviene Assia Djebar, e che si porta dentro ovunque vada nel mondo (oggi insegna negli Stati uniti) è quello della devastata e devastante Algeria, densa di deserto, di sogni non realizzati e di violenze, di donne segregate e violate dalla storia e dall’uomo-padrone, prima e dopo la colonizzazione e la decolonizzazione.

Fra le due lingue in cui è cresciuta, il berbero millenario (erede del punico) che si parla in casa e l’arabo divenuto sempre più « lingua del potere, degli oratori e degli eletti del popolo, delle arringhe, ma anche lingua scritta di legulei, scribi e notai», per scrivere sceglie da sempre il francese, come per uscire dalla clausura, per «fare l’amore fuori dalla legge ancestrale». E usa la lingua straniera facendola interamente propria, come un bottino da togliere agli invasori, cambiandola e arricchendola con l’udito arabo-berbero e con il borbottio multilingue che la circonda, e da strappare al vicino, al fratello, al primo cugino, perché non diventino ancora una volta padroni del discorso e del pensiero.

Queste voci che mi assediano è una autobiografia letteraria, la confessione di una serie di scoperte, a partire da quella, una mattina del suo primo soggiorno canadese, 25 anni dopo il primo libro, di «aver usato la lingua francese come velo: velo sulla mia persona individuale, velo sul mio corpo di donna, potrei quasi dire velo sulla mia propria voce». E se sono le voci della sofferenza delle donne ad assediarla e a costringerla a tradurre, scrivere e interpretare le parole e i silenzi femminili, l’assedia come in uno specchio il ricordo, quasi una memoria storica di tutte le donne, dello sguardo maschile: dagli «sguardi avidi dei villici», che da bambina vede seguire la madre velata sulla strada verso l’hammam, all’occhio unico e secolare del padrone del serraglio, dallo sguardo effrattivo e di aggressività del «rapimento scopofilo», a quello, ben più raro e prezioso, capace di non essere voyeur, di cogliere solo l’inafferrabile e di fare dell’immagine femminile un «miraggio avvolto di poesia e di malinconia».

E’ uno sguardo ‘altro’, dell’intesa approssimata, dell’armonia immaginata, proprio dei primi pittori e fotografi stranieri approdati in Oriente, capace di rompere le barriere comunicative tra uomo e donna. Ed è lo sguardo, completato da un udito attento e raffinatissimo, che la Djebar distende nella propria narrativa, non solo nei romanzi e nelle novelle, ma anche nel linguaggio più complesso del cinema, dove le diverse lingue, i suoni, i silenzi trovano ognuno il proprio spazio.

Per chi ama raccogliere frasi e osservazioni capaci di lasciare un’eco, il libro della Djebar è una piccola miniera, sulla scrittura e sul lavoro di scrittore/scrittrice. Due tra tutte: «Si può scrivere nell’afasia, perché si è persa la voce, perché si spera di ritrovarla in fondo alle parole, contenti di percepire non solo i sussurri, ma anche gli urli e i gridi che alla fine prorompono». «Scrivere è cercare di fissare, sognare, conservare, un cielo di memoria».

Luciano Minerva

P.S. a proposito di televisione (se in una recensione sono consentiti Post scriptum). «All’incirca dal 1986 l’Algeria è bombardata, per via delle antenne paraboliche della televisione, dalla diffusione quotidiana di una valanga di immagini concepite altrove, perlopiù in una lingua o più lingue d’altrove, con l’eccessiva ostentazione d’oggetti di consumo venduti e consumati altrove (cioccolato, formaggi, deodoranti, detersivi, automobili, ecc), infine con una sfilata di corpi umani, vestiti o nudi, o seminudi che rinviano a un’insulsa pseudo-sensualità filmata ed eccitano all’infinito un frustrato voyeurismo.

(…) Nel contempo, le news internazionali (Cnn e altre testate mediatiche) nascondono o deformano la realtà delle tensioni mondiali, pur fingendo di mostrarcele, nel loro effimero. (…) E’ certamente banale, quando si vive a New York, Parigi o Vancouver, denunciare la sottocultura della maggior parte di una certa produzione televisiva. Eppure ogni autentico cineasta, ogni fotografo, ogni pittore e scultore può ormai lavorare solo voltando le spalle e chiudendo gli occhi a questi milioni di finestre, lucciole dell’illusione e, anzi, della mediocrità, del nulla». (p. 159-160)

Scrivendo queste cose, Assia Djebar ascolta, interpreta, dà voce anche ai silenzi, agli smarrimenti, a ciò che c’è dietro i veli o gli schermi di donne e uomini ancora appassionati al racconto, all’analisi, a un uso …umano e non effimero del mezzo televisivo. E li invoglia ancora di più a continuare, pur nell’ombra, il proprio lavoro.

Biografia
Nata a Cherchell (Algeria) nel 1936, è stata nel 1955 la prima donna algerina ammessa all’Ecole Normale Supérieure francese. Coinvolta nella guerra di liberazione algerina, fin da quegli anni si è fatta conoscere come romanziera con Le Soif (1957) e Les Impatients (1958) a cui sono seguiti altri romanzi nei quali affrontava i nodi dell’emancipazione femminile e delle relazioni fra i sessi nella società algerina. Negli ultimi anni ha affiancato all’impegno letterario la realizzazione di opere cinematografiche: prima donna regista nella cinematografia algerina, ha ricevuto con il film La Nouba des Femmes du Mont-Chenoua (1979) il Gran Premio della Critica Internazionale al Festival del Cinema di Venezia. Dal 1997 è professoressa e direttrice del Center for French and Francophone Studies della Louisiana State University, e vive oggi fra la Francia e gli Stati Uniti.
(da www.festivaletteratura.it)

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