La pianista

Last Updated on 30 Novembre 2004 by CB

la-pianistaIl premio Nobel per la Letteratura 2004 è stato assegnato all’autrice di un romanzo bello e tragico, scritto con un crescendo di metafore e sarcasmi che ‘alleggeriscono’ il dolore di cui racconta. La tragicità è scolpita nell’insegnante di piano Erika Kohut. Ci ricorda, per il dolore fisico e mentale e l’inadeguato dibattersi nel mondo ostile, il triste Gregor Samsa della Metamorfosi di Kafka, che un giorno si risveglia nelle sembianze di un insetto.Erika è un insetto imprigionato nell’ambra, senza tempo, senza età. (…) Da lungo tempo questo insetto ha perduto ogni capacità di muoversi strisciando. O anche una farfalla carica e ingombrante. L’insetto sente covare in sé forze sopite a cui la sola musica non può bastare. Stringe i pugnetti intorno ai manici del violino, della viola e del flauto…

Erika Kohut si dibatte nella tela materna. La madre è inquisitore e plotone d’esecuzione nella stessa persona. Ma il rapporto simbiotico madre-figlia, con aspetti così esasperati che fanno perfino pensare alla parodia di un caso da manuale (Heintz Kohut è un importante studioso del narcisismo), non è facile da spezzare.

Anzi determina in modo implacabile il linguaggio della figlia nell’entrare in contatto col mondo aldilà della casa-prigione, le sue contemplazioni voyoueristiche, le automutilazioni, i sadismi. Il disprezzo verso i suoi studenti come verso il pubblico piccolo-borghese che va ai concerti. La frusta è quello che vogliono sentire e un mucchio di passioni che il compositore di turno deve provare al loro posto e trascrivere con cura. Vogliono urla strazianti per non dover continuare a gridare essi stessi. Di noia. La musica è smitizzata nel suo cliché di Arte spirituale, essendo per la protagonista null’altro che il giogo attraverso il quale la madre fa di lei lo strumento della sua ambizione. Piuttosto è vissuta come ‘malattia’ – che si oppone alla ‘salute’ borghese.

In terza persona ma con una narrazione per immagini che evoca la vita interiore della protagonista, la storia comincia alternando il presente di Erika a dei flashback sullla sua infanzia e giovinezza (nei quali diventa il pronome LEI). Ma a un certo punto le sue giornate scandite dal rigoroso metronomo del sado-masochismo sono sconvolte dalle avances dell’allievo Klemmer. Al giovane di belle speranze, amante della musica romantica tedesca non meno che dello sport, che si dichiara innamorato di lei, Erika chiede un rituale di sopraffazione. Ma solo perché lui glielo neghi.

Le cose non vanno così, e nel ‘presto’ finale assistiamo alla metamorfosi del giovane, da sensibile amante della musica a uomo di brutale violenza, che pensa, poco prima di vendicarsi su di lei, a quello sgradevole dato di fatto che è la donna con il suo mondo interiore. In men che non si dica fabbricherà gabbie intricate, simili a nidi di vespe, per sistemarcisi dentro, e una volta che avrà cominciato a costruire, non sarà più possibile sbarazzarsi di lei: questo è cio che Walter Klemmer teme in genere di tutte le donne.

Con La pianista, uscito nel 1983 (lo stesso anno del Soccombente di Thomas Bernhard, autore per certi versi molto affine alla Jelinek) la scrittrice convince la critica e si fa apprezzare anche dal grande pubblico. Il libro è faticoso, spietato; le relazioni tra i personaggi non escono dallo schema della pura sopraffazione. Ma l’ironia e il sarcasmo evitano le cadute nel sentimentalismo. E proprio utilizzando al massimo il ‘pretesto’ narrativo del disturbo mentale di Erika, la Jelinek mette in scena dinamiche sociali che prescindono dalla patologia, e dove è chiara la sua empatia per gli sconfitti. «Erika Kohut è solo un rifiuto espulso dal grande maelstrom sociale, che galleggia nell’indifferenza», scrive Luigi Reitani della postfazione, e «la brutalità del mondo ‘sano’ dei vincitori è infinitamente più terribile delle crudeltà del mondo dei vinti.»

L’acciaio è penetrato ed Erika se ne va. A piedi. Si posa una mano sulla ferita. Nessuno la segue, molti le vengono incontro e si separano davanti a lei, come le acque che incontrano lo scafo sordo di una nave.
(Cristina Bolzani)

Vedi anche: Il soccombente – L’eversiva melodia di Elfriede Jelinek

Biografia
Nata in Stiria, nell’Austria meridionale, il 10 ottobre 1946, da padre ebreo e madre ceca, Elfriede Jelinek è autrice di numerosi saggi, drammi e romanzi tra cui ricordiamo Die Kinder der Toten (I figli dei morti, 1995) e Gier (Avidità, 2000). In italiano sono apparsi La voglia (Frassinelli 1990) e Nuvole. Casa (SE 1991). Nel 1998 le è stato conferito il premio Buchner, massimo riconoscimento letterario dei Paesi in lingua tedesca. Dal romanzo La pianista il regista Michael Haneke ha tratto l’omonimo film interpretato da Isabelle Huppert e Annie Girardot, premiato a Cannes nel 1991.  Il 10 dicembre a Stoccolma si è svolta la cerimonia ufficiale di consegna del Nobel per la letteratura.

Su Internet
Intervista a Isabelle Huppert, protagonista della Pianista 

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