Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente

Last Updated on 3 Ottobre 2006 by CB

L’argomento sviluppato in questo breve saggio (riporta il testo di una conferenza) sta molto a cuore al suo autore, Francois Jullien, filosofo e sinologo interessato alla comparazione tra Oriente e Occidente. In quest’ottica il concetto di efficacia va a toccare una differenza /opposizione sostanziale per comprendere le due culture. Un tema che l’autore ha approfondito nel suo saggio uscito nel 1998, Trattato dell’efficacia.La Cina è assolutamente ‘altra’ rispetto al pensiero occidentale, e lo capiscono bene nel Settecento Montesquieu – che nel suo Spirito delle leggi al culmine di una serie di osservazioni conclude amaramente che «ne consegue una cosa molto triste, ossia che è pressochè impossibile che il cristianesimo possa mai stabilirsi in Cina» – e Leibniz, quando afferma che «la loro lingua e il loro carattere, il loro modo di vivere, i loro artifici e i loro manufatti, i loro stessi giochi differiscono dai nostri quasi come fossero di genti appartenenti a un altro globo». Le due opposte concezioni dell’efficacia greca e cinese non potrebbero essere più illuminanti per cogliere il senso di straniamento dei due pensatori.

Per i greci, sottolinea Jullien, l’efficacia è perseguita attraverso l’elaborazione di un modello che guida l’azione verso l’obiettivo (anche se esistono esempi non schematici di efficacia, come quello offerta da Ulisse che svetta per la sua capacità ‘opportunistica’, nel senso di ‘strategica’, di cogliere tutti i vantaggi possibili dalle circostanze). Molto più tardi lo schema mezzo-fine sarà sviluppato da Clausewitz (autore del saggio di strategia militare Della guerra) ma qui sono più chiare le differenze. «Mentre il rapporto mezzo-fine conduce a pensare l’efficacia come la via ‘più corta’ per giungere al fine perseguito, l’efficacia cinese è indiretta in quanto procede dai fattori favorevoli, o che vengono resi tali, come conseguenza implicita, e non da un qualsiasi progetto. Il carattere indiretto riguarda il fatto che che non ci aspetta alcun effetto reale, effettivo, se non inserito nel corso di un processo e passante per esso». Se per Clausewitz attenersi al piano è fondamentale anche se il piano non porta a nulla di buono, in armonia con un’idea ‘eroica’ dell’azione (del resto teatralizzata in tanta letteratura occidentale) e della volontà, i cinesi al contrario predicano la non azione. Che tuttavia da noi è male interpretata nel senso del ‘distacco cinese’, mentre invece (e il boom economico di questi ultimi anni dovrebbe darci la chiave di lettura migliore) il senso è: «Non fare nulla, ma che niente non sia fatto».

I cinesi non agiscono, ma trasformano. Anche un contratto firmato resta in evoluzione, nel senso che si resta più fedeli al processo delle cose che alla fotografia convenuta e firmata dalle parti. Per i cinesi l’efficacia è sempre il risultato di un processo. «L’immagine europea della via è legata all’idea di un compimento, sempre il telos; mentre il tao cinese non è una via che conduce a ma la via per la quale qualcosa passa, attraverso cui è ‘viabile’. E’ la via della regolazione, la via dell’armonia attraverso cui il processo, non deviando, si trova incessantemente ricondotto». Cristina Bolzani

François Jullien, sinologo e filosofo, ha diretto il Collège International de Philosophie ed è attualmente direttore dell’Institut de la Pensée Contemporaine e professore all’Università di Paris vii. Tra le opere tradotte in italiano ricordiamo Trattato dell’efficacia (Einaudi, 1998), Elogio dell’insapore (Raffaello Cortina, 1999), Il tempo. Elementi di una filosofia del vivere (Luca Sossella Editore 2002), Il nudo impossibile (Luca Sossella Editore, 2004), Il saggio è senza idee o l’altro della filosofia, (Einaudi, 2002). Per Meltemi ha pubblicato Strategie del senso in Cina e in Grecia (2004). (immagine e biografia tratte da meltemi editore.it)

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