War trash

Last Updated on 4 Novembre 2005 by CB

Un libro sulla condizione dei prigionieri cinesi durante la guerra in Corea, che diventa una storia emblematica sui maltrattamenti subìti dai prigionieri nelle mani del nemico. Scritto prima dell’11 settembre, il romanzo è uscito in perfetta sintonia con gli strascichi della guerra irachena. Non a caso il pubblico americano l’ha apprezzato. War Trash ha vinto due prestigiosi premi letterari, il National Book Award (1999) e il Pen/Faulkner Award (2000).

«Penso che avessimo più paura di essere catturati che di morire», ci ha detto Ha Jin rievocando la sua stessa esperienza di vita in prigionia. Lo scrittore ha lasciato la Cina dopo il massacro di Tiananmen, ora vive negli Stati Uniti.

L’intervista di Cristina Bolzani

Il tema del suo ultimo libro è la vita di un prigioniero cinese di guerra, catturato dagli americani; il tema è la condizione di prigioniero. Ci sono molte descrizioni di crudeltà e violenza. Come mai ha scelto di scrivere questo romanzo?
Tutto è iniziato nel 2000, molto prima che venissero fuori le notizie sugli abusi sui prigionieri. Ho cominciato a lavorare su questo libro prima di tutto per contratto, perché dovevo scrivere qualcosa.

Inizialmente pensavo di creare una storia breve, ma quando ho iniziato non sono riuscito a smettere, dopo la prima bozza mi sono reso conto che il tutto era molto più serio di quanto pensassi, quindi ho iniziato a fare ricerche ed ad allargare ed arricchire il progetto. E’ così che è cominciata.

Lei ha fatto parte dell’ esercito per molti anni, le hanno insegnato cosa fare nel caso fosse stato catturato?
Sa come vanno queste cose. La ragione per cui non riuscivo a smettere di scrivere, per cui ho scritto così tanto. Quando ero nell’esercito cinese eravamo tutti dei giovani soldati e stavamo al confine tra la Cina e la Russia. Penso che avessimo più paura di essere catturati che di morire, perché avevamo visto in che condizioni ritornavano i prigionieri di guerra dalla Corea. Come erano stati maltrattati, proprio come criminali. Ecco perché avevamo più paura della cattura che della morte.

In questo libro ci sono descrizioni di molti comportamenti violenti da parte dei soldati americani verso i prigionieri, ma soprattutto di nazionalisti cinesi contro i comunisti cinesi. Pensa che l’atteggiamento verso il suo romanzo, sia influenzato dalla scena contemporanea della guerra in Iraq e dall’esistenza di prigioni come Guantanamo e Abu Ghraib?
No non credo perché ho iniziato il manoscritto nel 2002, prima che si sapesse degli abusi. Tuttavia, mentre lavoravo al libro, temevo che potesse offendere tutte le parti, quindi mi sono imposto una regola, di essere veritiero e di essere giusto con tutte le parti: gli americani, i cinesi, i coreani, i comunisti e i nazionalisti. Questo è l’unico principio che mi sono creato. Non stava a me dire come sarebbe andato il libro. Penso che le notizie sugli abusi abbiano aiutato l’America a ricevere questo libro. Il libro è stato ben ricevuto negli Stati Uniti a causa delle cattive notizie.

Secondo lei quali sono le ragioni della buona ricezione del suo libro negli Stati Uniti?
Penso che sia dovuto al fatto che sono stato veritiero. Il libro è storicamente vero ed ho fatto molte ricerche. Molti degli eventi e dei dettagli sono reali, quindi in quel senso il libro è stato letto come un doumento storico. Tuttavia per creare una storia completa ho dovuto creare dei personaggi che unificassero questi dettagli.

Nel suo libro le violenze tra i cinesi sono più forti delle violenze tra americani e cinesi. Qual è la sua opinione riguardo agli Stati Uniti e alle guerre in generale?
Il libro mostra che gli abusi sui prigionieri non sono solo un fenomeno moderno e attuale. Penso che in ogni guerra, in ogni esercito esista la questione degli abusi sui prigionieri. Questo significa anche che la guerra è la più violenta tra tutte le attività umane e una volta iniziata non c’è modo di impedire all’uomo di comportarsi come un animale; essa scatena il peggio dell’uomo ed è per questo che dovremmo evitare le guerre finchè possiamo.

Penso che la guerra in Iraq sia un errore enorme e che il governo americano abbia fatto un terribile errore. D’altra parte io amo gli Stati Uniti, come terra. Il Paese e la terra sono più importanti del governo e io sono in totale disaccordo con la politica, ma amo comunque il Paese.

Cosa mi dice della lingua? Lei scrive in inglese e quindi mi chiedo se pensa anche in questa lingua o pensa in cinese. Cosa ma manca all’inglese rispetto al cinese?
A livello superficiale, cosciente, penso in inglese, specialmente quando insegno. Quando lavoro penso più in inglese che in cinese, ma quando sono rilassato penso in cinese. Quando dormo e sogno metà e metà, ma se litigo con qualcuno esce fuori il cinese.

Ci sono delle peculiarità che le hanno fatto pensare che l’inglese era migliore o no?
Non è questione di essere migliore. Il cinese è la mia lingua madre ed è radicata in me più profondamente e non posso sbarazzarmene. Non è questione di quale lingua sia migliore, ma di quale sia più forte per me. Ogni lingua ha le sue peculiarità. Il cinese ha molte parole che riguardano il cibo e la nutrizione ed è una parte importante della lingua. Di contro l’inglese è forte nel pensare, nel pensiero, nelle idee astratte, nei concetti.

Un critico ha scritto che nei suoi romanzi, specialmente L’attesa, il personale si fonde con la politica. Come descriverebbe la relazione tra la sfera personale e quella politica nei suoi romanzi, ad esempio in War trash?
Non sono uno scrittore politico, ma d’altra parte la politica è parte dei personaggi e non posso separare in alcun modo le loro vite dalla politica, perché il loro essere è stato modellato dalla politica. Non esiste un confine tra la sfera pubblica e l’individuo. Ecco perché anche nelle storie individuali troviamo un po’ di politica.

La cultura occidentale è permeata dalla creatività orientale. Il cinema, l’arte contemporanea, la letteratura. Qual è la sua opinione su questa orientalizzazione della cultura occidentale? Pensa che sarà meglio o ci sarà una sorta di omologazione?
Penso che lo scambio culturale sia sempre una cosa positiva. Tuttavia nell’orientalizzazione dell’Occidente a volte ci sono delle distorsioni soprattutto nella ricerca dell’esotico. Come scrittore penso che se si vuole rimanere fedeli alla realtà dovremmo evitare di fare così. Attualmente credo che in fondo siamo tutti esseri umani e quindi ci sono valori, idee ed emozioni che sono universali e simili per tutti. Quindi anche la novità, l’esotico potrebbe essere utile, ma deve essere dosato bene. E ripeto: bisognerebbe concentrarsi sulle similitudini, sull’identità. Io credo più nella similitudine che nelle differenze.

Ha Jin
Nato nel 1956 in un piccolo paese rurale cinese nella provincia di Liaoning, già all’età di quattordici anni servì come volontario l’Armata Rossa. Dopo il massacro di piazza Tianeman realizzò che sarebbe stato impossibile scrivere in Cina ed emigrò negli Stati Uniti, dove ora è professore associato di inglese all’Università di Emory ad Atlanta. Ha pubblicato due libri di poesie e vari raccolte di racconti e romanzi, tra cui L’attesa (vincitore di prestigiosi premi internazionali). Influenzato esclusivamente, come da lui ammesso, dalla poesia cinese, molto concisa, densa e caratterizzata da un’estrema attenzione alle parole ed ai dettagli, il cuore delle sue storie è sempre il dramma umano, il conflitto interno. Con il recente War trash ha vinto il Pen/Faulkner ed è stato finalista al premio Pulitzer

Rispondi

Ama nesciri

Ama nesciri

Archives

Translate