Inter Views

Last Updated on 1 Ottobre 2003 by CB

Cominciare un’intervista distruggendo il genere ‘intervista’ è una scelta di indubbia originalità. E’ quello che fa James Hillman.

All’inizio del libro-intervista il filosofo e psicoanalista di scuola junghiana polemizza con l’intervistatrice. E’ contrario, afferma, a una retorica dell’Io dove il pensiero diventa “monoteistico”. L’intervista non dice la verità, perché non fa parlare l’immaginazione, e perché la verità richiede “la sofistica, l’ironia, il racconto, perfino le mezze verità”.

E poi “la verità può essere solo rivelata. Non può essere dichiarata. Deve apparire dentro, o attraverso, quello che viene dichiarato. Per questo in psicanalisi si bada a quello che ‘non’ viene detto. Ed ecco un altro aspetto negativo delle interviste: tutta l’attenzione è rivolta a quello che viene detto”.

 
Un atteggiamento non così insolito, in fondo, se si pensa che Hillman è abituato da sempre a entrare nelle questioni facendone prima una critica radicale. Lo ha fatto anche con la pratica psicanalitica, con quella cultura razionalistica ansiosa di dare ‘interpretazioni’ alle immagini, mentre lui cerca di imparare a amplificarne le risonanze affettive.

Nel libro – titolo originale ‘INTER VIEWS’, uscito in una prima versione ridotta nel 1983 presso Laterza – Hillman parla a Laura Pozzo dei temi centrali del suo pensiero, intrecciati a momenti autobiografici. Il tono è aneddotico e lieve, da invogliare il lettore ad avvicinare altri suoi bestseller come ‘Il codice dell’anima’ , ‘Puer aeternus’ e ‘La forza del carattere’ (tutti pubblicati da Adelphi).

Hillman parla delle zone d’ombra della psiche, dei suoi risvolti positivi. Parla di anima, che “fa sentire l’Io a disagio, incerto, smarrito. Lo smarrimento è un segno dell’anima”. Parla del suo maestro Carl Gustav Jung, ma è molto polemico verso quegli junghiani che a suo parere restano fermi alla fede per il maestro, incapaci di farne germinare altre idee.

Parla dei due archetipi opposti e inscindibili di vecchio e nuovo, senex e puer. E, contro l’impoverimento del linguaggio della psicologia, dice che il linguaggio che cerca “è quello di Venere: il ‘gusto’, il ‘corpo’, l’aspetto’ dell’anima, espressi con parole. Ma tutto questo è scomparso; al suo posto, solo quel vocabolo vuoto, insulso, gergale: ‘depressione’ “.

E’ interessante conoscere certi dettagli della sua biografia. Hillman ha studiato filosofia alla Sorbona e al Trinity College di Dublino. Poi la psicologia, all’Università di Zurigo; è entrato a far parte dell’Istituto C.G.Jung, di cui è stato direttore.

Tutto scorre con grande felicità di argomenti, convincenti e consolatori al tempo stesso. “Perché non facciamo un intervista per-modo di-dire, un’intervista non letteralmente tale?”, diceva nel primo capitolo. La re-visione del genere intervista ha funzionato. (Cristina Bolzani)

da Il linguaggio della vita
“La prima volta, l’ho soltanto visto; è venuto alla Società Psicologica ad ascoltare una conferenza e… quello che impressionava era la sua statura… e il fatto che tutti, sussurrando, facevano notare la sua presenza. Era come l’arrivo del capo del clan, o di un grande taumaturgo. Intorno a Jung c’era una specie di aura mistica, capisce, o di culto, almeno verso la fine della sua vita, quando mi è accaduto di vederlo. E’ un fenomeno spirituale, la trasformazione della psiche in spirito, ed è anche quello che è successo alla psicologia junghiana con la metamorfosi da psicologia a insegnamento spirituale, cammino, sapienza, dottrina. E’ anche tipico di una certa situazione storica. Oggi non sarebbe più possibile. Non possiamo più prenderci così sul serio, o lasciare che altri lo facciano. C’è troppa luce, oggi, troppa ironia.” (pp.135-136)

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