Le misteriose intermittenze di Yambo

Last Updated on 5 Luglio 2004 by CB

umberto-eco-la-misteriosa-fiamma-della-regina-L-MnvvBlCi sono delle curiose assonanze tra il romanzo (illustrato) di Umberto Eco e il film di Fabio Carpi Le intermittenze del cuore, ora nelle sale. Se quest’ultimo evoca in modo diretto il mondo proustiano – raccontando di un regista alle prese con un film sullo scrittore francese – la storia di Giambattista Bodoni (detto Yambo) ruota attorno al recupero del suo passato, dopo che, per un incidente, ha perso la memoria. In entrambi i casi il fantasma di Proust aleggia come utile pretesto per dare risalto al ‘tempo ritrovato’ dei protagonisti. E sono, poi, due storie similmente ‘metalinguistiche’ (come lo è in modo esemplare la Recherche), hanno cioè una dimensione molto evocativa, di sensazioni e immagini e musiche e colori, che espande il testo scritto fino a forgiare, attraverso la narrazione, una vera cosmogonia. In questo senso, il film di Carpi è letterario’ così come risulta ‘cinematografico’ il romanzo di Eco.Se nel film il regista protagonista, ormai avanti con gli anni, ripercorre gli episodi emblematici della sua vita, complice quella memoria involontaria, quelle intermittences scatenate da sensazioni improvvise – un suono, un sapore, un odore; nel romanzo, lo smemorato Yambo vive un strano fenomeno di sdoppiamento: la sua memoria semantica è intatta, mentre quella privata, autobiografica, è avvolta nella nebbia. Sa dire perfettamente chi era Napoleone ma non ricorda il suo nome. Conosce la Storia ma non la sua storia.

Le avventure di Yambo sono dunque in qualche modo opposte a quelle del Narratore della Recherche; perché la memoria che lui ha cancellato, e che cerca per gran parte del libro, è quella delle sue sensazioni, del suo vissuto; mentre resta vivida quella in comune con la sua generazione, cresciuta nel Ventennio fascista. (In un certo senso, si potrebbe dire che Yambo è un medium che permette di dare corpo a un’identità generazionale più che individuale).

Il tempo del protagonista è avvolto nella nebbia. Non solo perchè Yambo brancola verso il suo passato come farebbe un cieco, e ogni tanto, verso la fine, proprio come accade in un paesaggio nebbioso, o in un sogno, i volti delle persone della sua vita sbucano all’improvviso dal nulla, in un ricordo. Ma anche perché scopriamo che per suo diletto – Yambo è libraio antiquario – ha collezionato negli anni testi letterari che descrivono la nebbia nelle sue molteplici forme. Scovandola anche dove è stata rimossa da una traduzione incauta, come nella versione italiana di Lili Marleen.

Due voci si alternano in Yambo, la bibliofila e la sentimentale. La prima fornisce alla storia una fitta trama di citazioni e divertimenti letterari (e qui l’autore sfodera una verve trascinante). La sua voce sentimentale, invece, ne fa un personaggio simpatico, tenero, in balìa dei suoi bizzosi ricordi, a contatto con le prime impressioni della sua vita, quelle che (proustianamente) saranno modello di tutte le sue esperienze future. Difficile non trovare – nel turbinio di romanzi e fumetti e film e canzoni e oggetti e scatole e manifesti e parole desuete (chi si ricorda l’acqua viscì?) – anche un’ eco della propria storia.

Yambo ricostruisce il periodo fascista, smaschera la retorica del Potere di quegli anni, il razzismo, la goffa grandeur pseudo-imperialista. Un crescendo di personaggi della sua infanzia e giovinezza (Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza…) ritma la ricerca della memoria personale – da Clarabella a Sandokan, dall’Uomo Mascherato alla regina Loana, dall’isola del tesoro al giornalino di Gianburrasca, dal signor Bonaventura a Sherlock Holmes, dal signor Pampurio al signor Pipino, nato vecchio e morto bambino, dalla bella e triste canzone del dopoguerra Sola me ne vo per la città, al suo primo oggetto del desiderio, Josephine Baker… (E ancora, l’importanza data alle canzoni nostrane, con i testi riprodotti in versione integrale, ci riporta all’opinione nobilitante che ne aveva lo stesso Proust, che, pur amante della musica colta, scrisse parole in strenua difesa delle ‘canzonette’, non foss’altro perché con la loro colonna sonora hanno fatto sognare e amare tante persone).

Nell’ultima sequenza Yambo vede sfilare, come in un visionario finale cinematografico, tutte le sue passioni giovanili. Tra le quali Mandrake, che compare anche nel film Le intermittenze del cuore, dove, a un certo punto, il regista in vena di raccogliere immagini sulla vita di Proust ritaglia anche la foto del mago, perché, dice, in fondo tra Mandrake e Proust ci sono molte più somiglianze di quanto si creda: tutti e due hanno a che fare con il tempo, e con la trasformazione della realtà. In effetti la buona letteratura riesce proprio in questo: trasforma davanti ai nostri occhi la realtà rivelandocene aspetti nuovi e stupefacenti. Una magia che a Yambo riesce perfettamente.
(Cristina Bolzani)

da La misteriosa fiamma della regina Loana, Bompiani, Milano 2004
«Ho aperto gli occhi e ho detto buongiorno. C’erano anche due donne e tre bambini, mai visti, ma immaginavo chi fossero. E’ stato terribile, perché pazienza la moglie, ma le figlie, Dio mio, sono sangue del tuo sangue e i nipoti più ancora, a quelle due ragazze brillavano gli occhi di felicità, i bambini volevano salire sul letto, mi prendevano la mano e mi dicevano ciao nonno, e io niente. Non era neppure la nebbia, era, come dire, l’apatia. O si dice l’atarassia? Come guardare animali allo zoo, potevano essere scimmiette o giraffe. Certo sorridevo e dicevo parole gentili, ma dentro ero vuoto. Mi è venuta in mente la parola sgurato, ma non sapevo che volesse dire. L’ho chiesto a Paola: è un termine piemontese che vuole dire quando lavi bene una pentola e poi ci rigiri dentro quella specie di paglia di metallo, per rimetterla come a nuovo, lucida lucida e che più pultia non si può. ecco, mi sentivo completamente sgurato». (p.22)«Gli italiani erano tutti belli. Bello Mussolini che da un numero di Tempo, rivista illustrata, appariva in copertina a cavallo con la spada tesa (era una foto, vera, non una invenzione allegorica – andava dunque in giro con la spada?), a celebrare l’entrata in guerra; bella la camicia nera che proclamava vuoi Odiate il nemico, vuoi Vinceremo!, belle le spade romane protese verso il profilo della Gran Bretagna, bella la mano rurale che piegava il pollice verso una Londra in fiamme, bello l’orgoglioso legionario che si stagliava sulle rovine dell’Amba Alagi distrutta rassicurando: Ritorneremo!
Ma soprattutto erano belle su tante riviste e manifesti pubblicitari le ragazze di pura razza italiana, dal seno grosso e dalle curve morbide, splendide macchine per far figli opposte alle ossute e anoressiche miss inglesi, e alla donna-crisi di plutocratica memoria. Belle erano le signorine che apparivano impegnate nella gara Cinquemila lire per un sorriso, belle le signore procaci, col sedere ben sagomato dalla gonna galeotta, che attraversavano con passo falcato un manifesto pubblicitario mentre la radio mi assicurava che saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le gambe, ma le gambe, a me piacciono di più». (p. 189)

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