Sentire le parole

Last Updated on 1 Ottobre 2005 by CB

La psicoanalisi si avvicina sempre più alle neuroscienze, e per questa nuova via dà nuovi significati alla memoria, al sogno, e alla possibilità di raggiungere la più antica parte della nostra biografia attraverso la capacità di ‘sentire’ le parole. Ce ne ha parlato al Festivaletteratura Mauro Mancia, neurofisiologo dell’Università di Milano e membro didatta della Società Psicoanalitica Italiana.

Intervista di Cristina Bolzani

Nel suo saggio Sentire le parole lei parla della memoria implicita. Cos’è la memoria implicita e che utilità ha farla riaffiorare?
Contrariamente a quello che abbiamo pensato fino a pochi anni fa, non abbiamo un solo sistema della memoria a lungo termine, ma abbiamo due sistemi: uno che riguarda la memoria dichiarativa o esplicita – che è la memoria autobiografica, che riguarda la propria identità, la propria storia personale, e che permette il ricordo.

Un’altra è la memoria implicita, che non permette il ricordo, che non è verbalizzabile, e che fa parte naturalmente della propria storia , ma che non essendo verbalizzabile resta appunto implicita. L’importanza della memoria implicita rispetto all’esplicita, relativamente alla psicoanalisi, sta nel fatto che le prime esperienze infantili – prima dello sviluppo del linguaggio, prima dello sviluppo della memoria esplicita appunto – sono tutte depositate in questa forma di memoria: una forma di memoria che contiene in un certo senso le esperienze più arcaiche, anche traumatiche, relative alle primissime relazioni del bambino con la madre, e che sono depositate in una forma che non permette il ricordo ma che continua a condizionare la vita affettiva, emozionale, cognitiva dell’individuo, per tutta la vita.

Ecco perché allora è possibile fare un collegamento tra la memoria implicita e un’organizzazione inconscia, cosiddetta ‘non rimossa’ in quanto la rimozione necessita della integrità delle strutture e della maturazione delle strutture indispensabili per la memoria esplicita. In altre parole, la rimozione è collegata espressamente alla memoria esplicita, ma siccome la memoria esplicita non è matura nel bambino prima dei due anni di vita, tutto ciò che avviene prima dei due anni entra nella memoria implicita e pertanto si deposita in una forma d’inconscio che non può essere rimossa.

Lei dice che la memoria implicita non può essere ricordata e nemmeno verbalizzata. Ma allora è destinata a influenzare il nostro comportamento per così dire in un modo simbolico, in un modo che non è mai cosciente. Che tipo di problemi può dare questa situazione?
Direi che l’esperienza depositata nella memoria implicita e nell’inconscio appunto che non può essere rimosso, che riguarda i primissimi periodi della vita, costituiscono il marchio, la struttura portante, il carattere e la personalità dell’individuo. E’ chiaro che questo inconscio si manifesta continuamente nelle relazioni umane, e in particolare nell’ambito della relazione analitica: è lì che può essere riportata alla luce anche senza il ricordo.

Lei è arrivato a questa nuova formulazione, a questa ‘riscrittura’ dell’inconscio freudiano anche attraverso la proficua saldatura tra le neuroscienze e la psicoanalisi. Questa è una strada molto suggestiva, a cosa potrà portare uno studio così arricchito sul piano sia psicoanalitico che delle neuroscienze?
La suggestione deriva dal fatto che le neuroscienze hanno scoperto l’esistenza del sistema della memoria implicita. Io ho semplicemente fatto un collegamento tra la memoria implicita e l’inconscio che non può essere rimosso, e successivamente tra l’inconscio e ciò che appare, che si rivela, o come si rivela, nei due elementi centrali della relazione analitica che sono il transfert e il sogno. E’ chiaro che un ruolo centrale in questo processo è rappresentato dal linguaggio, perché la voce materna è il primo strumento, il primo stimolo che permette al bambino di relazionarsi con l’esterno. E dunque la voce materna rappresenta un marchio, un imprinting diciamo, perché attraverso la voce il bambino riconosce il carattere della madre, gli aspetti affettivi-emozionali con cui lei si rivolge a lui. E alla nascita naturalmente il bambino riconosce, perché può memorizzare già in fase prenatale, la voce materna. Questo è il primo veicolo. Ecco perché il linguaggio è così importante nel suo sviluppo. Infatti il bambino già in epoca molto precoce – all’inizio, nei primi giorni di vita – è molto sensibile alla prosodia, cioè alla intonazione, alla musicalità della voce materna. E soltanto dopo i sei mesi diventa più interessato all’aspetto semantico della parola. Quindi è chiaro che la musicalità della parola costituisce la radice su cui si fonda la prima relazione affettiva del bambino con la madre. Questo ricompare nel transfert, ed è per questo che io parlo della dimensione musicale del transfert, cioè quell’aspetto infra-verbale della comunicazione, aldilà della narrazione, che permette all’analista di cogliere nel paziente gli elementi centrali strutturanti il suo carattere, attraverso l’inconscio non rimosso.

Ma c’è un determinismo tale per cui il bambino, se ha percepito delle disarmonie nella madre, poi purtroppo è destinato a vivere in un mondo disarmonico o in una sua realtà intra-psichica più conflittuale?
Purtroppo tutta la psicoanalisi è centrata sul determinismo, naturalmente, e anche se relativo è chiaro che le esperienze traumatiche infantili sono determinanti per il carattere anche dell’adulto. L’analisi ha il potere di poter – in qualche misura – raggiungere una trasformazione anche di traumi e di relazioni distorte, o comunque di fraintendimenti tra il bambino e l’ambiente con cui cresce in particolare con la madre. Un altro elemento centrale, mi pare, per poter raggiungere questo tipo di inconscio che non permette il ricordo è il sogno. Ed è proprio il sogno che ha questa capacità, che io definirei simbolo-poietica, di trasformare simbolicamente esperienza all’origine pre-simboliche, e pertanto rendere verbalizzabili esperienze all’origine non verbali. E quindi rendere pensabile ciò che il bambino non poteva pensare.

La ‘pensabilità’ del dolore lo rende di per sé meno doloroso?
Assolutamente. La pensabilità del dolore è l’unica strada per poterlo metabolizzare, in una certa misura per poterlo accettare e quindi poterlo trasformare.

In Francia in questi giorni esce un ‘libro nero’ della psicoanalisi, si intitola Vivere, pensare e stare meglio senza Freud. La sua teoria è definita «menzognera», la missione del libro è «abbattere l’ultima ideologia dominante dopo quella marxista». Come spiega questo ciclico risentimento nei confronti del pensiero freudiano?
Innanzitutto, considerare menzognero il risultato di una vita intera dedicata da Freud allo studio della mente umana è non solo eccessivo ma assolutamente manipolativo e a sua volta menzognero. Quindi io difendo l’opera di Freud. Però devo anche dire che non è casuale che un libro del genere nasca proprio in Francia, dove la lettura di Freud purtroppo spesso è di tipo coranico, e dunque acritico. Non solo, ma è la continua riscoperta di situazioni che in realtà oggi richiederebbero altri approcci per poter far uscir la psicoanalisi da una crisi. Quindi in quanto critica della psicoanalisi francese che fa una lettura eccessivamente coranica di Freud, io condivido il ‘libro nero’. Nella misura invece in cui viene attaccata in generale la psicoanalisi non è condivisibile, proprio perché oggi non c’è nessun altra disciplina, come la psicoanalisi, capace di offrire una teoria della mente.

Mauro Mancia
Nato a Fiuminato (Macerata) nel 1929. Nella sua vastissima bibliografia ricordiamo Neurofisiologia e vita mentale (1980); Il sonno e i suoi disturbi (1985); Neurofisiologia (1983); Dall’Edipo al sogno (1994); Fisiologia, clinica e terapia, con Salvatore Smirne, Cortina Raffaello, 1985; Neurofisiologia, Cortina Raffaello, 1993; Percorsi. Psicoanalisi contemporanea, Bollati Boringhieri, 1995; Sonno & sogno, Laterza, 1996; Temi e problemi in psicoanalisi, Luigi Longhin, Bollati Boringhieri, 1998; Coscienza sogno memoria. Riflessioni epistemologiche di un fisiologo analista, Borla, 1998; Mente e cervello: un falso dilemma?, con Pietro Calissano e Domenico Parisi, Il Nuovo Melangolo, 2001; Il sogno e la sua storia. Dall’antichità all’attualità, Marsilio, 2004; Sentire le parole. Archivi sonori della memoria implicita e musicalità del transfert, Bollati Boringhieri, 2004.

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