Péter Esterházy e il suo buon padre

Last Updated on 2 Ottobre 2003 by CB

A chi gli chiede ragione del suo stile frammentario in Harmonia Caelestis, risponde: “Di solito succede che voglio raccontare una storia dall’inizio alla fine, e non mi riesce. Questo lo chiamano il mio stile”.In realtà lo scrittore ungherese sa bene che che è difficile esprimere in modo tradizionale un mondo andato in frantumi. Il suo Harmonia Caelestis è un puzzle, nella prima parte: piccole storie che riguardano la sua famiglia, una delle più importanti famiglie aristocratiche d’Europa; storie numerate e scandite da quel “il mio buon padre”, meta-personaggio che rappresenta tutti gli uomini Esterházy.

Ascesa e decadenza di una casata. La prima parte ne racconta la grandezza, e s’intitola ‘Frasi numerate dalla vita della famiglia Esterházy’. La seconda, ‘Le confessioni di una famiglia Esterházy’, scritta in modo più tradizionale, narra la caduta.

Nonostante la mole e l’evidente caos post-moderno e citazionistico (tanto che in fondo al volume c’è addirittura un elenco dei ‘testi ospiti’) della struttura, la saga familiare si offre alla lettura con grande scorrevolezza, grazie ai continui cambi di registro della narrazione. Sulle settecento pagine aleggia una irresistibile (auto)ironia. Ottimo il lavoro dei traduttori, Giorgio Pressburger e Antonio Sciacovelli, nel rendere questo pirotecnico testo ungherese.

Gli abbiamo chiesto quali sono suoi modelli letterari, e se sia stato in qualche modo influenzato da Jonathan Swift e Laurence Sterne.
Sarebbe stata un’ottima cosa, se tutti e due avessero avuto qualche effetto su di me. Sterne sicuramente è una base di partenza per me; praticamente ha fatto tutto ciò che poi ha fatto l’avanguardia. Sicuramente le letteratura segnata da questi due nomi mi è molto vicina. Ma potrei tranquillamente aggiungere anche Italo Calvino… Se chiudo gli occhi, dico sempre che sono più vicino in assoluto a Italo Calvino.

da Harmonia Caelestis, Feltrinelli, Milano 2003
“No, il presente è sempre aggressivo… e se si immerge nel fondo torbido dei tempi arcaici è per ripescare soltanto ciò di cui ha bisogno per integrare quanto meglio la propria forma attuale. Può darsi che, più che riprodurlo nella mia memoria personale, stia divorando il mio, passato, io – che sono tale, quale ora sono – esproprio me stesso.
Esistere non è altro che fabbricarsi un passato (è una frase del mio nonno)”. p.359

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