Quadri che raccontano storie

Last Updated on 2 Maggio 2005 by CB

Quando entra nella sala di Palazzo D’Arco, a Mantova, che abbiamo scelto per l’intervista, per avere uno sfondo di quadri antichi, resta letteralmente a bocca aperta. Mentre prepariamo le luci scompare, inghiottita dai corridoi e dalle sale del Palazzo, è ansiosa di catturare con la vista e di rimandare alla sua memoria tutto ciò che può, incantata dalle immagini che i pittori delle epoche passate ci hanno tramandato.

Ha l’aspetto di una turista capace di meravigliarsi, di entrare in profondo nei luoghi che visita, e di studiare. La passione per la pittura l’accompagna da sempre, ma la voglia di scriverne e la possibilità di scoprire la sua vocazione letteraria le è venuta da una lunga convalescenza in cui leggere sarebbe stato troppo faticoso, mentre le era permesso di guardare i cataloghi e i libri d’arte. Sorridente, l’aspetto delicato, le piace mettere alla prova nel modo più corretto possibile il poco italiano che sa, e così ha fatto nel suo incontro pubblico, almeno all’inizio del suo discorso. Il marito l’accompagna con fare discreto, quasi vegliasse sul suo lavoro faticoso di pubbliche relazioni che segue l’uscita dei libri.
In Italia i suoi libri hanno seguito la pubblicazione del best-seller La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier a cui la sua Ragazza in blu è del tutto affine: un quadro di Vermeer soggetto di una serie di racconti, il mistero che avvolge un’immagine che si perpetua nel tempo e sa parlare a persone di varie epoche e culture. «Lavoravamo allo stesso tipo di soggetto letterario, perfino a partire dallo stesso pittore, all’insaputa una dell’altra. Ora siamo amiche, capita spesso di essere invitate negli stessi luoghi in tempi diversi. E alcuni mesi fa abbiamo fatto per una tv satellitare australiana un dibattito a distanza, lei in Inghilterra, io negli Stati Uniti, stranamente tutti svegli alla stessa ora». L’universo e la permanenza dell’arte nell’universalità e nella contemporaneità televisiva. Lei stupita da questo gioco di rimandi nel tempo e nello spazio, e divertita per esserci dentro.

L’intervista di Luciano Minerva

Nella nota introduttiva a La passione di Artemisia lei scrive: «Come un pittore che veste le figure dei secoli passati secondo la foggia del suo tempo, anch’io ho cercato di rendere la figura di Artemisia». E anche negli altri suoi c’è il riferimento all’azione dello scrittore come pittore. Che rapporto c’è tra queste attività?
I miei colori sono le mie parole. I colori sono parole e io cerco di combinarli in modo che mostrino le emozioni che stanno dietro il quadro e i personaggi del quadro. Ogni dipinto ha dietro di sé una storia silenziosa e noi dobbiamo esaminare con calma e con attenzione il quadro per vedere quale può essere quella storia. Poi esercitiamo la nostra immaginazione per concepire i personaggi, il dramma, la storia, l’interazione tra i personaggi e anche l’interazione tra lo spettatore e il quadro e con il lettore di un passaggio che riguarda un quadro.

Qual è l’origine di questo suo interesse per il rapporto tra scrittura e pittura?
Quando ero piccola mi regalarono un libro di poesie di Robert Louis Stevenson e ogni pagina aveva una poesia e un disegno. Fin da bambina mettevo in collegamento la letteratura e l’arte. Poco dopo lessi il libro di Heidi, che era ambientato in Svizzera, e ogni pagina aveva una figura , un acquerello, che rappresentava la scena. Così mi aspettavo sempre di avere una figura collegata alla storia o immaginare il mio quadro personale o una scena collegata a quello che leggevo.

La nostra è un’epoca visiva, è ‘il tempo dell’immagine’ cinematografica, televisiva, quello in cui il senso della vista prevale su tutte. Ma la pittura era un’immagine silenziosa . Quali sono le profonde differenze tra la nostra e le altre epoche da questo punto di vista?
Con la pittura bisogna immaginare il movimento e la storia che c’è dietro. I film ci danno tutto, ma io credo che per tenere viva l’immaginazione che ha un bambino, dobbiamo leggere più che guardare i film. Quando immaginiamo, abbiamo un ruolo attivo nella comunicazione tra un artista o uno scrittore e chi guarda o il lettore. Dobbiamo mantenere questa attività vibrante, le parole vibranti o quel linguaggio che è splendido e capace di stimolare il pensiero. Allo stesso modo il quadro stimola il pensiero.

I suoi primi due libri sono ambientati uno in Olanda e l’altro in Italia, quindi in un ambiente europeo, il terzo si svolge tra Inghilterra, Canada e Francia. Da dove nasce il suo grande interesse per la cultura europea che non è così diffuso nella cultura americana?
Molti dei valori e della cultura degli Stati Uniti sono separati dall’Europa, ma negli Stati Uniti c’è molta gente come me, che trova che un romanzo ambientato in Europa abbia quasi il mistero e le qualità esotiche che non abbiamo nei romanzi ambientati nel nostro Paese. E poi una scrittrice come me può esplorare altre epoche storiche. Io credo che gli americani abbiano sete di conoscenza sull’Europa, ma preferiscono trovarla nella narrativa, in un romanzo, piuttosto che in un libro di storia, che percepiscono come troppo povero. Amano di più le storie drammatiche, cercano il dramma, il conflitto, il personaggio e il romanzo può dargli tutto questo, presentandogli allo stesso tempo la ricca cultura dell’Europa.

Tutti i suoi protagonisti, che sono pittori, vogliono essere in qualche modo eterni e lei li aiuta a restare eterni attraverso questi libri. Che cos’è questa ricerca di eternità e cos’è la sua ricerca su chi voleva restare eterno?
Credo che la mia missione sia quella di portare delle vite del passato nel presente. Nel presente la gente vede i personaggi del passato, che hanno vissuto alcune delle stesse sfide che noi affrontiamo oggi. Così ci può essere un collegamento tra diverse epoche. Mi pare che in America si faccia attenzione solo a tutto ciò che è contemporaneo e la mia missione è cercare di portare le persone al di là di questo, a esplorare altri periodi, altre culture, per avere una comprensione umana di tipo fraterno.

E in questa ricerca e motivazione lei dà un grande ruolo alle donne che vogliono superare gli ostacoli della loro epoca. Che cosa raccontano queste donne alle donne del nostro tempo?
In passato queste donne avevano molte limitazioni e ostacoli da superare per riuscire ad esprimere se stesse. C’erano molti limiti su come avrebbero potuto raggiungere i loro obiettivi e far parte del mondo artistico. Credo che oggi per le donne sia importante vedere le donne del passato lottare contro questi ostacoli, che ora non sono più presenti, perché esse stesse realizzino tutta la loro potenzialità e traggano vantaggio dalle opportunità che ci sono oggi. Ricevo molte lettere da lettori che mi ringraziano per aver fatto conoscere Artemisia o Emily Carr e perché hanno potuto vivere nella pelle o, come dite in italiano, essere nei panni delle altre donne. I lettori trovano energia e ispirazione a perseguire i loro obiettivi, i loro sogni e provano un senso di liberazione. Questo è ciò che ha fatto di Artemisia un tesoro al di là del tempo.

Lei richiama il passato ma poi dice anche ‘Non ricordarti dei mali’ e ricorda che la parola ‘amnesia’ e ‘amnistia’ hanno la stessa radice. Qual è la parte di passato che dobbiamo dimenticare?
Credo che non si tratti semplicemente di dimenticare, ma di perdonare le ferite che nel passato ci hanno generato i nostri nemici, i nemici collettivi di una nazione e quelle causate individualmente da altri individui. Se siamo capaci di perdonare, se siamo capaci di piangere per gli errori e le sofferenze dei nostri nemici, loro smettono di esserci nemici e nello stesso tempo possiamo far evolvere un po’ la razza umana. Nel caso di Emily Carr, lei doveva perdonare i critici che l’avevano giudicata negativamente come pittrice perché non avevano capito l’arte moderna, non erano d’accordo sul fatto che i suoi quadri celebrassero i nativi, gli indigeni come degni di essere rappresentati. Doveva perdonare la sorella che era stata critica sul suo modo di vivere e sulla scelta dei suoi soggetti artistici. Artemisia doveva perdonare suo padre per aver reso pubblico il suo stupro, che produsse lo scandalo che dovette affrontare per il resto della sua vita; ma solo quando imparò a perdonare suo padre Orazio fu realmente libera di essere in pace. E credo che Orazio lo sapesse e per questo chiese il suo perdono, alla fine del mio romanzo. Così è una scelta assolutamente individuale quella di liberarsi dalle ferite che abbiamo subìto, per ritrovare la pace dentro noi stessi. E lo stesso vale per le storie collettive: occorre perdonare i nemici del passato per le loro azioni. Non c’è un’altra strada per tornare alla nostra guarigione, alla guarigione universale.

Collegato al tema del perdono c’è il tema di quanto amore diamo e quanto amore riceviamo. Tutti i suoi personaggi hanno l’impressione di ricevere poco amore e poi si rendono conto che devono darne di più.
Sembra che tutti questi personaggi, i pittori, non solo le donne, non solo Emily Carr e Artemisia , ma lo stesso Vermeer aveva la sensazione di sacrificare qualcosa che quelli che non sono artisti hanno: e questa era l’intimità con qualche uomo o donna, o con una amante o con la moglie. Prima viene sempre l’arte e Vermeer in particolare era consapevole che, anche quando con sua moglie avrebbe avuto quell’intimità, avrebbe sempre pensato a quel quadro da finire o a quello che avrebbe dipinto dopo. Così c’era in lui un senso di incompiutezza, sebbene fosse sposato e avesse undici figli. Ma questo ci suggerisce il costo terribile, per questi pittori e per chi viveva intorno a loro, che ha comportato produrre quell’arte che è tutta l’eredità che ci hanno lasciato e che ci può ancora insegnare tanto. Così dobbiamo essere loro grati per tutti i loro sacrifici.

Lei parla di questo problema ma probabilmente come artista lo vive anche lei. Come lo affronta?
Ho un marito meraviglioso e sostiene la mia arte tutti i giorni in tanti modi. Lavoriamo come una squadra: è lui che cura il mio sito personale. Sono molto fortunata.

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