Vendere la guerra

Last Updated on 11 Febbraio 2004 by CB

E se la guerra in Iraq fosse un prodotto da lanciare sul mercato? Siamo in balìa delle strategie dei ‘manager della percezione’, nel senso attribuito dal Pentagono di «azioni per trasmettere e,o smentire indizi e informazioni selezionate al pubblico straniero, con lo scopo di influenzarne le emozioni, gli stimoli e le motivazioni obbiettive»?

Ecco un utile disvelamento dei meccanismi di propaganda, tanto sottili e subliminali da assomigliare a una campagna pubblicitaria per lanciare un prodotto sul mercato.

Prendiamo l’icona della ‘liberazione’, quando il 9 aprile 2003 a piazza Firdos, Baghdad, è stata abbattuta la statua di Saddam. Tutti i mass media hanno ripreso quelle immagini con commenti fortemente propagandistici, facendo passare un gruppo di 200 iracheni in un fenomeno che coinvolgeva le folle. Quelle immagini – affermano gli autori – hanno suggestionato profondamente gli americani, più che il resto del mondo,sortendo l’effetto desiderato.

Decostruire dei messaggi. Demistificare il racconto dei fatti. Questo fanno gli autori, Rampton e Stauber, studiando le modalità del prodotto ‘guerra in Iraq’ attraverso notizie, conferenze stampa, titoli di giornale, strategie più o meno sottili portate avanti da grandi agenzie pubblicitarie pagate dal Pentagono.

Del resto, niente di nuovo sotto il sole. «L’offuscamento dei confini tra la verità e il mito non è certamente iniziato con l’Amministrazione Bush. La disinformazione ha fatto parte della guerra almeno dai giorni di Alessandro Magno, che disseminava grosse corazze lungo il percorso delle sue truppe in ritirata, per far credere al nemico che i suoi soldati fossero dei giganti».
Niente è causale, affermano. Non è casuale il fatto che il cambio di regime in Iraq sia stato programmato in coincidenza con il primo anniversario dell’attacco di al Qaeda agli Stati Uniti. Non è casuale quella bandiera americana posata sul volto della statua di Saddam, pochi secondi prima di essere rimossa, ma nel frattempo già immortalata nell’obbiettivo mediatico.

Molto accurato nei rimandi a siti e documenti, il saggio offre una suggestiva mappa ‘semiologica’ della guerra irachena. Affronta i concetto di ‘linguaggio doppio’ (doublespeak) tipico delle situazioni di guerra: espressioni spesso vaghe e scontate che sono formulate per imporre in chi le ascolta una specifica attitudine mentale. Un esempio è l’espressione “Asse del Male”, con cui Bush definì Iran, Iraq e Corea del Nord. Espressione che fa riferimento a una precisa teologia e ideologia, ma soprattutto «scelta appositamente per marchiare questi paesi allo scopo di giustificare un eventuale attacco contro di loro».

Una guerra sempre più permanente e autoreferenziale; una guerra ‘preventiva’ anche nel linguaggio. Una semio-guerra nella quale catene di discorsi, di commenti giornalistici, di titolazioni, di fotografie, di metafore, assumono una compattezza persuasiva inquietante.
(Cristina Bolzani)

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Ivy Compton-Burnett

Ivy Compton-Burnett, Margaret Jourdain. (1942. © Lee Miller/Jane Stockwood per Vogue)

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