Il pianista

Last Updated on 26 Gennaio 2004 by CB

Il pianista di questa storia non è un eroe ma nemmeno un perdente; è ‘semplicemente’ un sopravvissuto, ebreo, allo sterminio tedesco. Un uomo che lotta con tutto se stesso per restare vivo, in una Varsavia scheletrica, sulla via dei campi di concentramento di Treblinka – dove perderà tutta la sua famiglia e dove lui, per un caso fortuito, non arriverà mai.Il pianista di Wladyslaw Szpilman è un libro faticoso da leggere: c’è violenza inferta senza una ragione, ci sono bambini uccisi come fossero animali, ci sono uomini colpiti alle spalle come in un gioco vile e ineluttabile; e c’è lo scherno per le vittime, giochi sinistri come far ballare e cantare i deportati sulla via del loro sterminio.

L’autore con distacco descrive ogni dettaglio di una tragedia grottesca. Parla della vita nel ghetto di Varsavia, e delle speranze e di un gruppo di persone che un giorno, per il solo fatto di essere ebrei, si trovarono ‘fuorilegge’. Un libro faticoso, ma necessario, perché sa descrivere, senza moralismi o facili autocommiserazioni o manicheismi, la “banalità del male” nazista.

Szpilman scrisse questo racconto subito dopo la guerra, per liberarsi dal peso di un incubo. Ma dall’incubo sa estrarre momenti poetici. Tra le macerie si staglia in certi momenti un purissimo desiderio di vivere; poche righe che descrivono un cielo, uno sguardo, una frase ironica.

E l’amore per la musica, che silenzioso sopravvive sotto le bombe. La musica lo salva, non solo quando allo stremo delle forze ripete mentalmente, battuta per battuta, i pezzi che suonava quando era libero; ma soprattutto quando, al cospetto di un ufficiale nazista, suona il Notturno in do diesis minore di Chopin. E viene graziato.

Bene e male si intrecciano, e se ci sono ebrei polacchi che diventano più spietati degli stessi tedeschi, per opportunismo, l’eroe in questa storia è quel capitano Wim Hosenfeld, che salvò tanti ebrei ed era dolorosamente consapevole, come leggiamo dagli stralci del suo diario alla fine del racconto di Szpilman, dell’assurdità dello sterminio.

Il regista polacco Roman Polansky, lui stesso con lugubri ricordi legati alla sua infanzia polacca, ha tratto da questo libro il film omonimo, vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2001, e ha saputo mantenere lo stesso sguardo lucido, spietato, ma forse per questo assai commovente. Non c’è nulla nel film che indugi ai prevedibili estetismi che potevano essere suggeriti da questa fugura di ‘artista’ perseguitato.

La violenza, sembra dire tra le righe il regista, livella tutti gli uomini a esseri primitivi mossi dall’istinto di autoconservazione. E se anche qualcosa eccelle sotto la cenere, è solo perché il carnefice si degna di indugiarvi, e di dargli voce.
(Cristina Bolzani)

da Il pianista, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2002
«Ho iniziato la mia carriera di pianista durante la guerra, al Café Nowoczesna, che si trovava in via Nowolipki, proprio nel cuore del ghetto di Varsavia. Quando nel novembre del 1940 i cancelli del ghetto vennero chiusi, la mia famiglia ormai da molto tempo aveva venduto tutto quello che si poteva vendere, persino quello che noi consideravamo il nostro bene più prezioso: il pianoforte. La vita, alla quale quei tempi avevano tolto ogni valore, mi costrinse tuttavia a vincere la mia apatia e a cercare un modo per guadagnarmi da vivere».

Biografia
Wladyslaw Szpilman, nato a Varsavia nel 1911, ha studiato pianoforte presso il Conservatorio della sua città e presso l’Accademia delle Arti di Berlino. Dal 1945 al 1963 è stato direttore dei programmi musicali alla Radio polacca, senza però mai interrompere la sua attività di pianista concertista e di compositore. E’ morto nel 2001.

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